lunedì 6 dicembre 2010

La Neve

Tra i fumi della nebbia, tra le gocce di pioggia dentro i calici, tra le foglie ancora sui marciapiedi, si stagliano delicatamente come piume che volano su fino al cielo.
Lei invece viene dal cielo per cadere delicatamente sul tuo volto, sulle mani, sui cappotti.
Non a tutti piace la neve. Per alcuni, coloro che la conoscono dalla nascita è una rottura, blocca i trasporti, ritardi, freddo, vestiti bagnati, rischio di scivolare, non oggi non posso mancare a lezione, non oggi ho una riunione importante e così via.
Per altri invece, quelli che non l'hanno vissuta, quelli che anche se non è la prima volta che la vedono si emozionano svegliandosi ed è la prima cosa che vedono, la neve. Per lei si esaltano, scrivono poesie d'amore, si innamorano, per loro la prima neve è come la primavera.
C'è chi crede sia la risoluzione dei propri problemi, pensare alla neve è come aprire gli occhi quando li hai tenuti chiusi per molto tempo o sei stato al chiuso , e venirne accecati. Vedere tutto come se fosse trasparente. Improvvisamente è tutto chiaro. Forse non saprai mai quello che vuoi, non saprai mai quello che sei, l'importante è vedere la neve.

giovedì 2 dicembre 2010

SOLO INCHIOSTRO E CARTA

PARTE PRIMA

“Perché non mi scrivi più?”

Quelle cinque parole erano lì sullo schermo del computer a fissarmi. Nuovo messaggio di posta elettronica ricevuto, non aprirlo mi dicevo, non aprirlo pensavo e invece come uno stupido, la mia stupida mano, con un gesto quasi automatico, clicca sull’icona ed eccole lì, cinque semplici parole simili a una coltellata.

Certo di per sé lette così quelle cinque parole possono non significare nulla, pensavo che forse era meglio pensare al linguaggio come mezzo non veicolare, pensavo se avessi fatto come un uomo che non sa leggere, sarei potuto stare meglio.

Avrei potuto anche pensare a quelle parole come a delle parole senza passato, senza storia. Insomma a una frase detta lì, così per caso. Tipo, ad esempio, collegata a qualcos’altro, “perché non mi scrivi più … la lista della spesa?”, no troppo banale, allora “perché non mi scrivi più … da quando sei partito? Mamma”, beh si questo è credibile, potrei pensare che a scrivere sia stata mamma o papà o la mia sorellina, può sembrare credibile; no non credo.

Ma comunque sia devo impedirmi di pensare a lei, di pensare a cosa si riferisse lei, devo riuscire a non pensare a quella gelida mattina di gennaio, dove fuori era tutto coperto di bianco e noi, invece, ce ne stavamo caldi, caldi sotto le coperte; devo riuscire a non pensare che fu quella la prima volta che le scrissi e che da quel momento in poi sarebbero state solo parole scritte quelle che scorrevano tra di noi; la lettera che le scrissi parlava chiaro, suggellava il nostro patto, non ci sarebbero mai state parole dette tra di noi, solo inchiostro e carta, solo nero su bianco. Lei lo sapeva già e accettò il patto senza batter ciglio, senza dire una parola, attirandomi a sé con un forte bacio, mentre una lacrima le rigava la guancia. Lei sapeva già com’ero, lei sapeva tutto di me nel momento stesso in cui mi vide per la prima volta, lei sapeva che non amavo parlare, che non amavo socializzare, che quando parlavo lo facevo solo per stare al centro dell’attenzione, per raccontare un aneddoto, senza mai desiderare di far ridere, anche se gli altri lo facevano, ma ero io a decidere di farlo e quando. Parlavo solo se decidevo io, non rispondevo a domande, non interloquivo, parlavo e basta.

Lei lo sapeva già, ma cercò di cavarmi un ragno dal buco, cercò di interloquire, cercò comunque di socializzare, ma non riuscì .

Eppure lei mi piaceva, non era bellissima, eppure mi affascinava, non era una gran dialogatrice neanche lei, eppure quelle poche parole che mi disse mi colpirono e mi colpirono anche le prime che mi scrisse, ma comunque non le diedi importanza, come facevo sempre, come sempre concentrato solo su me stesso.

Fu così che cercò di attirare la mia attenzione, mi scrisse una e-mail semplicissima, dopo la prima sera che parlammo veramente per la prima volta, un semplice dialogo, parlavamo di libri, ma solo perché gli amici ci avevano lasciati da soli, per rompere il silenzio. Le promisi che le avrei scritto, ma non lo feci, troppo risoluto per avere uno scambio; ma fu lei a trovarmi, fu lei a scrivermi e io a quel punto le risposi pure, le mandai qualcosa che avevo scritto, ci furono degli scambi d’opinione, le ripromisi che le avrei riscritto, ma ovviamente non lo feci e quando mi riscrisse non le risposi. Non la cercai più, non mi cercò più.

Ma comunque sia in queste e-mail non scrivevamo veramente, non erano quelle le nostre parole, non era quello il nostro modo.

Passarono due anni, affinchè tornasse il dialogo, affinchè nascesse la nostra magia. In quei due anni ci furono altri incontri, ma nessun dialogo preciso, solo cortesia; io risoluto, lei orgogliosa. Nessuna e-mail, nessun contatto, fino a quell’incontro inaspettato.

Non sapevamo che ci saremmo rivisti, era quasi impossibile, ma forse il destino amaro ci diede quell’occasione.

PARTE SECONDA

“Perché non mi scrivi più?”

Ecco,scritto. Facile, veloce, efficace. Lui capirà.

Inviare nuovo messaggio?

Aspetta.

No.

Non posso.

No.

Non lo invio.

Cancella.

Cancellare? No aspetta, devo inviarlo. Insomma, basta con questo silenzio insopportabile. Perché è sparito? Perché è fuggito? Perché sta facendo come tutti gli uomini della mia vita? Me lo aveva promesso, me lo aveva giurato, che anche se fosse scomparso un giorno, mi avrebbe dato una spiegazione. Io lo avevo pregato di farlo, lo avevo pregato di non sparire nel nulla senza una spiegazione, e lui, lui mi aveva promesso, aveva incrociato le dita sulle labbra, come facevamo da bambini, e aveva promesso. Candidamente mi aveva detto che non poteva promettermi che non sarebbe scomparso, che avrebbe potuto scappare, e io ero pronta a restare senza di lui da un momento all’altro, ma con una spiegazione, qualsiasi motivo, qualsiasi. Lo avrei accettato, pur di sfuggire alla sindrome dell’abbandono insensato.

E, invece, lo ha fatto. Certo, devo accettarlo, con la sua personalità era ovvio che non avrebbe mai dato spiegazioni, chi credevo di essere per pretenderle?

Lui non parla mai, non dice mai niente, parla solo se se lo sente, scrive solo se per lui è giusto, mai su comando, mai per volontà, mai per tirare fuori ciò che ha dentro, solo se commissionato, solo se ripagato, mai faticare per nulla, no? Fu questo che mi disse nelle prime cose che mi scrivesti. Già quando non scriveva veramente, quando non comunicava veramente. “L’ho fatto solo per cortesia”, mi spiegò qualche tempo dopo. Mi disse che non mi aveva mai scritto veramente, che la prima volta fu quella, quella gelida mattina di gennaio, quando intorno a noi era tutto bianco, quando fuori dalle nostre coperte tutto era gelido, quando i nostri corpi si riscaldavano a vicenda. Solo inchiostro e carta, nero su bianco, da quel giorno il nostro rapporto fu basato su quello. Sui nostri baci, le nostre carezze, il contatto dei nostri corpi e il nero su bianco.

Io ne ero consapevole, nessuna parola, nessuna parola detta, solo sensazioni. Ed io ne ero comunque felice, io ne ero estasiata, non era l’amore che sognavo, ma era amore, glielo leggevo negli occhi e questo mi bastava. Non mi importava che mi dicesse che mi amava tutti i giorni, mi bastava solo che mi abbracciasse, che mi stringesse.

Non mi importava del contorno, ma solo del piatto principale. Io che di lui mi ero innamorata subito, senza rendermene conto, io che mi ero innamorata di lui, quando ancora non lo avevo mai visto, io che mi innamorai di lui la prima volta che lo guardai sul serio negli occhi.

Mi bastava stargli accanto, mi bastava partecipare alla sua creazione, mi bastava credere di essere la sua musa, di essere colei che metteva in moto l’ingranaggio nella sua testa, di essere il suo sostegno e incoraggiamento.

Profondamente egoista, perché mi aspetto ancora una spiegazione.

E quelle volte che gli avevo scritto, e quelle prime volte che gli avevo parlato, la sua cortesia, quelle non contavano niente e io lo avevo lasciato perdere, io lo avevo lasciato stare, avevo abbandonato il suo pensiero.

Fino a quel giorno di due anni fa, quando non ce lo aspettavamo, quando ci incontrammo per caso, fuori dal nostro mondo, in una città diversa, senza amici in comune a portarci l’uno nell’altro. Quel giorno in cui il destino ci giocò un brutto scherzo.

PARTE TERZA

Mi chiedi perché non scrivo più.

E cosa ti aspetti che ti risponda?

Non senti che sto urlando, non senti le mie urla squarciare il cielo, infrangere i vetri, come si infrangono le promesse, come le onde che muoiono sugli scogli?

Non senti le mie grida di disperazione.

Non ti scrivo più perché ho smesso si scrivere, perché non ho più nulla da tirare fuori, perché l’unica cosa che riesco a fare adesso è gridare al vento.

Il nostro amore era solo inchiostro e carta, solo nero su bianco, ma adesso io sono solo uno squarcio su una tela, niente di più.

Non posso darti più niente amore mio, le mie parole non sono più nulla.

Dimenticami.

PARTE ULTIMA

Vuota.

giovedì 25 novembre 2010

Isadora

CAPITOLO 1

Isadora era una piccola piccola principessa di un regno molto molto grande.

Alla sua nascita vi fu una vera grande grande sorpresa, essendo lei l’unica nascita femminile da più di 150 anni, infatti nel regno molto molto grande vivevano tanti tanti uomini e solo uomini. La donna che la partorì infatti veniva da molto molto lontano, e dopo averle dato i natali ritornò nel suo regno.

Il padre, il grande grande re fu preso inizialmente dalla disperazione; “come farò a far crescere una femmina in un regno molto molto grande con così tanti tanti uomini. La mia grande grande strega mi aveva promesso che sarebbe stato un maschio abile uomo tra tanti tanti uomini. Ahimè come faaaaròòòò!!!!”

Così qualche giorno dopo la sua nascita, il grande grande re padre della piccola piccola principessa consultò il grande grande mago, dicendosi che non avrebbe commesso l’errore di rivolgersi a una strega femmina che secondo lui le aveva giocato un brutto incantesimo facendo nascere una piccola piccola principessa e non un piccolo piccolo principe.

Pieno di speranze percorse la lunga lunga strada nel bosco e arrivò nella grande grande caverna , dimora del grande grande mago. Egli all’arrivo del re fu preso di soprassalto. Come osava il grande grande re fargli visita dopo essersi affidato alla grande grande strega e averlo così tradito. Cosa si aspettava da lui? Cosa era andato storto?

Il grande grande re al suo arrivo al cospetto del grande grande mago scoprì le fasce della sua piccola piccola principessa. Il grande grande mago urlò per la sorpresa e per l’inorridimento e disse al grande grande re di coprire immediatamente il grande grande scempio da lui creato.

“Ti avevo detto di non fidarti di quella stregaccia” furono le sue prime parole.

Il grande grande re si mise in ginocchio e lo pregò e implorò e supplicò e tutte queste cose qua, per rimediare e rimettere le cose al suo posto. Ma il grande grande mago fu irremovibile :”non rimedierò giammai al tuo grande grande errore, grande grande re, presentarai quello scempio al tuo grande grande popolo e sarà esso a decidere il destino di quella piccola piccola creatura.

venerdì 19 novembre 2010

Voglio un Banco al Mercato

Porta Palazzo, altro luogo fulcro dell'attività quotidiana torinese...odori,sapori, rumori.
Il sapore della contrattazione, la gente soddisfatta,la vecchietta che fa la spesa, consapevole che quello è l'unico momento della giornata in cui parlerà con qualcuno, che quella è la sua unica occasione di scambiare un paio di parole, la venditrice che la sgrida perchè ha fatto disordine tra le sue lattughe, che per soli cinquanta centesimi non ne vale la pena, e silenzio che ci guardano tutti....
E mi dia i migliori peperoni eh? E lo sa signora che da me troverà sempre i migliori.
E il pane, il mio è il più fresco di tutto il mercato, e in giro non ne trova così eh? In tutta la città può guardare, io c'ho il meglio del meglio.
E i migliori salumi di tutto il Monferrato, e la migliore carne di tutto il vicinato.
E i sorrisi e la cortesia e la falsità del mercenario...
Alla fine il pensionato che non arriva a fine mese e che rovista tra gli scarti delle verdure, queste foglie qui che tutti buttano via, io mi accontento volentieri, che in campagna spazzolavamo tutto ai miei tempi....perchè questi ormai non sono più i suoi tempi, sono i nostri...

Love

mercoledì 17 novembre 2010

DA BAMBINA

Non so di preciso quando ho iniziato a leggere come non ricordo esattamente il primo libro che ho letto.

Nella mia memoria si alternano vari ricordi, dalle estati passate in casa della zia suora della mia migliore amica, dove nel pomeriggio per non farci fare troppi danni, la zia ci metteva in mano dei libri per farci stare buone, e noi effettivamente ci mettevamo buone buonine, sotto gli alberi di fico, all’ombra per ripararci dalla forte calura estiva siciliana, a leggere.

Come adulte ci immergevamo nella lettura di questi piccoli libriccini, sentendoci impegnate; ogni tanto ci fermavamo a commentare, a raccontarci i libri a vicenda o semplicemente a sbuffare, perché non sempre poi queste letture ci esaltavano. Eravamo pur sempre delle bimbe e avevamo in testa solo la voglia di giocare, di girare in mezzo ai campi, di scoprire segreti nascosti immersi nella natura, di inventare le nostre avventure e non solo di leggere quelle degli altri.

Così abbandonavamo i libri sotto gli alberi e ci immergevamo nella natura, andavamo a raccogliere frutti, fiori, a giocare coi cani, insomma a combinare quei danni che la zia suora tanto temeva.

Ma i miei ricordi riguardo la lettura si spostano subito dopo alla prima volta che entrai in casa della mia amica.

Vidi una cosa che mai avevo visto prima in una casa “normale”, un mobile con tanti scaffali, comunemente chiamato libreria, pieno di libri per l’appunto, ne fui subito affascinata, subito colpita, e ovviamente chiesi se avessi potuto prenderne in prestito qualcuno; la mia amica lo chiedeva alla madre, proprietaria dei libri, lei mi chiedeva se ne ero sicura, se fossi capace di leggere quel libro, visto che forse non si addiceva a una ragazzina, ma io con piglio deciso rispondevo che certo che avrei potuto leggerlo, e prendevo quella lettura non solo con passione, ma anche con sfida per dimostrare che potevo leggere anche libri per grandi.

Quella diventò col tempo un’abitudine fin quando lessi tutto ciò che mi interessava e fin quando non capì che i libri avrei potuto sceglierli io andando a comprarli, anche se non era poi così facile comprare i libri in un piccolo paese sperduto della Sicilia, dove non proprio tutti gli abitanti avevano passione per la lettura.

Così venne il momento di scoprire la biblioteca della scuola, e lì avvenne l’incontro col primo libro che ho letto, che ho letto veramente intendo, col primo libro di cui ricordo ancora la storia, i personaggi, non il titolo non i nomi, ma l’intera storia, i luoghi e le descrizioni, mi ricordo tutto come se avessi vissuto veramente l’intera vicenda raccontata in quelle pagine.

Il ricordo di questo libro è poi amplificato dal fatto che la lettura avvenne in un luogo particolare, l’ospedale, dove finì per problemi non molto gravi ma che mi costrinsero a letto in quel luogo per una settimana o poco più. Luogo che mi accomunava al libro dove le ultime pagine si svolgevano altrettanto in un ospedale.

Ma la cosa che mi torna in mente più spesso quando penso a questa passione è il perché a tanta gente faceva così strano il fatto che io passassi intere ore a leggere. Allora sentivo delle frasi, ad esempio in ospedale, essendo ricoverata in un reparto per bambini, quando qualcuno di loro strillava perché aveva male, i parenti che gli stavano accanto dicevano: “mutu, nun fari vuci, nu vidi ca dda carusa sta studiannu?”, come se si dovesse per forza studiare o fare i compiti per leggere qualcosa, non era normale che una bambina leggesse. Così io con la timidezza che mi contraddistingueva da bambina rispondevo che non stavo studiando, ma leggendo e la loro risposta era:”sta liggennu? Eh sta stai studiannu allura” e io ancora più convinta: “no, no signora, non sto studiando, leggo e basta”. Allora la signora con fare di rassegnazione rispondeva un semplice ed evocativo:” ahhhh”, con un’espressione che solo i siciliani hanno, sbarrava tanto di occhi e sospirava, come pensando che comunque aveva ragione lei, e che io, essendo una ragazzina non avevo idea della differenza tra leggere e studiare, che comunque era la stessa cosa.

Rito che si ripeteva comunque in molte occasioni in famiglia, per loro restava molto strano che io leggessi per piacere, tutt’ora quando chiamo mia madre e le dico cosa ho fatto durante il giorno e capita che sono stata in libreria per comprare qualche libro che ne avevo necessità, lei instancabilmente ogni volta mi chiede se mi servono “ppa scola”, per l’università, ossia. E io instancabilmente a rispondere :”no mamma, non per la scuola, per piacere” e lei a rispondere con l’evocativo: “ahhhh”.

Se vado poi ancora più indietro coi ricordi, allora vedo una bimba di quattro anni, prendere in mano i libri di scuola del fratello, facendo finta di leggerli, non si sa il perché, forse voleva essere grande come lui o forse a quell’età, inconsciamente, i libri l’affascinavano già; vedo poi, ancora, quella bimba che dal nulla inizia a leggere da sola, senza che nessuno gli avesse spiegato come fare, come mettere insieme le lettere e le parole, che impara a leggere prima ancora di imparare a scrivere, che legge senza capire il significato, ma va avanti lo stesso legge, legge e legge, prima ancora di andare alla scuola vera; vedo i suoi genitori essere fieri di questo leggere e li vedo mostrare a tutti i parenti che non credevano leggesse già, i suoi progressi, facendole leggere le etichette delle bottiglie d’acqua.

Leggere è una casa concreta, non è solo un modo per fuggire dalla realtà, ma è soprattutto un modo per farne parte integralmente, leggere è vita fatta parola.

Ritorna O Sole!!

Oggi il sole è tornato a farci la grazia...dicono sia per poco, che sia solo una breve tregua, per farci respirare, per prenderci una manciata di vitamina D, per illuderci un pò sul bel tempo insomma, perchè già da stasera ritornerà la pioggia e stavolta ne avremo per un bel pezzo...
Ma comunque stamattina appena sveglia, quando mi sono accorta che al posto del colore grigio che ha caratterizzato questi ultimi giorni, entravano raggi di sole in camera, il mio primo pensiero è stao: "e se fosse così anche la vita?"
Si insomma se la vita fosse paragaonata al meteo?
Per tanti giorni piove, il tempo è cattivo, c'è la nebbia, l'unico rumore che senti è la pioggia che tamburella sui vetri e le automobili che strisciano sul bagnato, e poi d'un tratto smette di piovere, il sole timido si affaccia sul bagnato e tutto cessa di essere triste per un attimo.
Per tanjto tempo pensi tutto vada male, che la vita non abbia un senso, che ormai hai smesso anche di sperare, per quanto le cose non vanno come desideri e come hai sempre desiderato, hai smesso anche di sognare, di immaginare la tua vita come potrebbe essere, prima di dormire, come facevi prima, come facevi da bambina e sognavi la tua vita da grande e non era per niente al mondo come sta andando veramente, ma quei sogni ti aiutavano ad andare avanti, ti dicevano: resisti andrà in questo modo ancora per poco...
Poi d'un tratto ti svegli e arriva il sole, arrivano le belle notizie, tutto prende una nuova forma, nuova vita, le strade si asciugano, come la tua faccia che prima era sempre bagnata di lacrime, il ticchettio costante del tuo cuore in ansia come la pioggia sui vetri diventa regolare e tranquillo e il tuo respiro che prima era come vento che trascinava nuovole cariche di pioggia, ora diventa una leggera brezza.
Tutto tace e senti di nuovo i tuoi sogni riaffiorare, senti che hai fatto bene a sognare da bambina perchè tutto si sta avverando.
Ma le previsioni dicono che tutto questo durerà poco, che da stasera ci sarà di nuovo la pioggia e che stavolta starà con noi a lungo....

lunedì 15 novembre 2010

Bjork Hyper-Ballad

L'AUTUNNO

Ebbene si, a Torino a quanto pare esistono ancora le quattro stagioni, sfido chiunque abbia inventato il "proverbio" : le stagioni non esistono più, a recarsi in questa città per accorgersi che non è assolutamente vero.
Per quanto mi riguarda, essendo appena arrivata in questa città, mi accorgo solamente dell'autunno...e ti pare poco...
Insomma gli alberi perdono le foglie, che calpesti ancora secche nelle giornate di sole, e che rischiano, invece di farti fare un bel capitombolo durante le giornate di pioggia.
Il colore degli alberi è magnifico, si va dal rosso intenso, come di un tramonto, al giallo, all'arancione.
Insomma è incredibile, è come riscoprire certe cose che non vedevi da anni o che non avevi addirittura mai visto, e ti chiedi: ma perchè qui si e in altre città no.
Perchè a Torino le foglie si rigenerano e invece a Roma ad esempio le foglie sono sempre verdi, saranno mica finte? Quelle di Roma intendo.
E la pioggia leggera e la nebbia che tutti odiano, a me danno la sensazione che qualcosa nel mondo ancora si muove, che il sole non è il motore di tutte le cose, che non è vero che se c'è sempre il sole vuol dire che va tutto sempre bene, che nella vita bisogna seguire esattamente il corso naturale delle cose, che c'è un tempo per la pioggia, un tempo per la neve, un tempo per i mandorli in fiore e un tempo per il sole,
che la vita è fatta di stagioni, che il cambiamento è necessario!

domenica 14 novembre 2010

Beirut - Nantes

Al Balòn

Al Balòn trovi di tutto, dall'atmosfera antica, al mobilio vintage, agli occhiali da vista ancora graduati appartenuti a chissàchi, un grammofono, vinili di cinquant'anni fa, poltrone, tante poltrone, sedie, tavoli in ferro battuto, bauli di cuoio e tanti vestiti, cappotti, borse borsette e chincaglierie di ogni genere.
E poi le strade, le case e le botteghe degli antiquari, localini dove mangiare pasti caldi, tra una bancarella e l'altra, tutto come se il paesaggio fosse rimasto immutato dal 1800....
Lascia senza parole e senza fiato, e sono la giornata uggiosa, la pioggerellina leggera, la nebbia e il colore delle foglie che sanno di autunno a condire tutto di meraviglia.
Questa città comincia davvero a piacermi....

venerdì 12 novembre 2010

MA L'IN-COSCIENZA COS'E'?

"Ma l'incoscienza cos'è?"
Me lo chiedevo sempre anche io.....
Secondo un dizionario di lingua italiana "incoscenza" è la "1 mancanza temporanea di coscienza; svenimento: essere in stato d'incoscienza 2 l'essere incosciente, irresponsabile: dare prova d'incoscienza // azione da incosciente: commettere un'incoscienza."
"Sinonimi: irresponsabilità, leggerezza, pazzia; imprudenza, avventatezza, stravaganza."
E l'incosciente chi è?
Sempre secondo il suddetto dizionaro "incosciente" è: "1 privo della consapevolezza di sè: gli animali sono esseri incoscienti // che ha perso temporaneamente la coscienza: rimanere incosciente per qualche minuto 2 che agisce senza riflettere ; irresponsabile: un guidatore incosciente"
Quindi se prendo una decisione avventata sono un'incosciente??
E dunque se sono in uno stato di incoscienza m è permesso alterare la mia realtà...?
E se non sono in me sono semplicemente incosciente?
La mia ragione, la mia coscienza vanno a farsi fottere e io sono semplicemente in uno stato alterato della realtà?
E quando si capisce di aver commesso un azione incosciente?
Si insomma, io mi trasferisco in una nuova città, senza la sicurezza di un futuro, senza la sicurezza di un'eventuale iscrizione all'università, senza la sicurezza di un lavoro, prendo in affitto una stanza, spendo un bel pò di soldi che non sono i miei, tutto ciò possiamo definirlo "incoscienza"?
Insomma se tutto va male è incoscienza, e se tutto va bene invece è essere coraggiosi e preventivi?
"Hai fatto bene ad andare prima, ti sei evitata un gran bello stress, il cercare casa mentre lavori( perchè si presuppone tu parta solo nel momento in cui un lavoro tu ce l'abbia già), il cercare casa e lavoro mentre studi( perchè si presuppone che tu sia già iscritta all'università e abbia la certezza assoluta che qualche esame lo dovrai pur sostenere), il cercare casa mentre lavori e studi( e questa sarebbe un gran bella botta di culo...insomma hai tutto e ti stai preoccupando di avere un tetto sulla testa?)", vuoi mettere?"
Se invece tutto ciò va male allora sei la solita incosciente: irresponsabile, pazza....
"Si fai sempre le pazzie tu, scappi, scappi, pensi solo a fuggire, da cosa non si sa, ma scappi, sempre il più lontano possibile, sempre dove nessuno ti possa trovare, sempre dove nessuno possa controllare quello che fai e che non fai"
Si è incoscienti e si è pazzi, è la stessa cosa, sono sinonimi, lo dice il dizionario eh!
"E se l'incoscienza non fosse pazzia?" dico io " e se l'incoscienza non fosse la mancanza temporanea di coscienza?"
Se l'incoscienza fosse invece in-coscienza? Citando un famoso e pazzo artista?
Non fuori la coscienza, ma dentro...Guardare a lungo dentro la propria ragione e scoprirene i desideri più profondi, le pulsioni, seguendo l'istinto, che è semplicemente la tua vera natura.
Non essere pazza, semplicemente conscia del tuo inconscio.
Mentre da fuori continueranno a pensare che tu sei incosciente, che tu sei pazzo, sarai tu l'unico detentore della vera ragione, della TUA vera ragione, gli altri continueranno a guardarti con sospetto, con paura, ma non è questo forse il bello della vita?Essere custodi del più grande segreto del mondo.
"Mamma allora...cos'è l'incoscienza?Sto ancora aspettando una risposta!"
"Piccolo...l'incoscienza è
essere felici, mentre il mondo crede che tu non lo sia"
" Bah io non ho mica capito tanto bene......."




lunedì 8 novembre 2010

BENEVENUTI!!!!!

Care viaggiatrici solitarie e cari viaggiatori vagabondi benvenuti nel mio piccolo mondo!
Se siete arrivati fin qui è perchè vi siete persi, ma non diffidate,sarà solo una breve evasione dal vostro mondo e una breve incursione nel mio.....
Non che sia granchè speciale questo mondo, badate bene, è solo diverso dal vostro....
Adesso mettetevi comodi sulla poltrona nera e buona perlustrazione, dunque...
e ricordatevi...non ci si perde mai per caso....