Non so di preciso quando ho iniziato a leggere come non ricordo esattamente il primo libro che ho letto.
Nella mia memoria si alternano vari ricordi, dalle estati passate in casa della zia suora della mia migliore amica, dove nel pomeriggio per non farci fare troppi danni, la zia ci metteva in mano dei libri per farci stare buone, e noi effettivamente ci mettevamo buone buonine, sotto gli alberi di fico, all’ombra per ripararci dalla forte calura estiva siciliana, a leggere.
Come adulte ci immergevamo nella lettura di questi piccoli libriccini, sentendoci impegnate; ogni tanto ci fermavamo a commentare, a raccontarci i libri a vicenda o semplicemente a sbuffare, perché non sempre poi queste letture ci esaltavano. Eravamo pur sempre delle bimbe e avevamo in testa solo la voglia di giocare, di girare in mezzo ai campi, di scoprire segreti nascosti immersi nella natura, di inventare le nostre avventure e non solo di leggere quelle degli altri.
Così abbandonavamo i libri sotto gli alberi e ci immergevamo nella natura, andavamo a raccogliere frutti, fiori, a giocare coi cani, insomma a combinare quei danni che la zia suora tanto temeva.
Ma i miei ricordi riguardo la lettura si spostano subito dopo alla prima volta che entrai in casa della mia amica.
Vidi una cosa che mai avevo visto prima in una casa “normale”, un mobile con tanti scaffali, comunemente chiamato libreria, pieno di libri per l’appunto, ne fui subito affascinata, subito colpita, e ovviamente chiesi se avessi potuto prenderne in prestito qualcuno; la mia amica lo chiedeva alla madre, proprietaria dei libri, lei mi chiedeva se ne ero sicura, se fossi capace di leggere quel libro, visto che forse non si addiceva a una ragazzina, ma io con piglio deciso rispondevo che certo che avrei potuto leggerlo, e prendevo quella lettura non solo con passione, ma anche con sfida per dimostrare che potevo leggere anche libri per grandi.
Quella diventò col tempo un’abitudine fin quando lessi tutto ciò che mi interessava e fin quando non capì che i libri avrei potuto sceglierli io andando a comprarli, anche se non era poi così facile comprare i libri in un piccolo paese sperduto della Sicilia, dove non proprio tutti gli abitanti avevano passione per la lettura.
Così venne il momento di scoprire la biblioteca della scuola, e lì avvenne l’incontro col primo libro che ho letto, che ho letto veramente intendo, col primo libro di cui ricordo ancora la storia, i personaggi, non il titolo non i nomi, ma l’intera storia, i luoghi e le descrizioni, mi ricordo tutto come se avessi vissuto veramente l’intera vicenda raccontata in quelle pagine.
Il ricordo di questo libro è poi amplificato dal fatto che la lettura avvenne in un luogo particolare, l’ospedale, dove finì per problemi non molto gravi ma che mi costrinsero a letto in quel luogo per una settimana o poco più. Luogo che mi accomunava al libro dove le ultime pagine si svolgevano altrettanto in un ospedale.
Ma la cosa che mi torna in mente più spesso quando penso a questa passione è il perché a tanta gente faceva così strano il fatto che io passassi intere ore a leggere. Allora sentivo delle frasi, ad esempio in ospedale, essendo ricoverata in un reparto per bambini, quando qualcuno di loro strillava perché aveva male, i parenti che gli stavano accanto dicevano: “mutu, nun fari vuci, nu vidi ca dda carusa sta studiannu?”, come se si dovesse per forza studiare o fare i compiti per leggere qualcosa, non era normale che una bambina leggesse. Così io con la timidezza che mi contraddistingueva da bambina rispondevo che non stavo studiando, ma leggendo e la loro risposta era:”sta liggennu? Eh sta stai studiannu allura” e io ancora più convinta: “no, no signora, non sto studiando, leggo e basta”. Allora la signora con fare di rassegnazione rispondeva un semplice ed evocativo:” ahhhh”, con un’espressione che solo i siciliani hanno, sbarrava tanto di occhi e sospirava, come pensando che comunque aveva ragione lei, e che io, essendo una ragazzina non avevo idea della differenza tra leggere e studiare, che comunque era la stessa cosa.
Rito che si ripeteva comunque in molte occasioni in famiglia, per loro restava molto strano che io leggessi per piacere, tutt’ora quando chiamo mia madre e le dico cosa ho fatto durante il giorno e capita che sono stata in libreria per comprare qualche libro che ne avevo necessità, lei instancabilmente ogni volta mi chiede se mi servono “ppa scola”, per l’università, ossia. E io instancabilmente a rispondere :”no mamma, non per la scuola, per piacere” e lei a rispondere con l’evocativo: “ahhhh”.
Se vado poi ancora più indietro coi ricordi, allora vedo una bimba di quattro anni, prendere in mano i libri di scuola del fratello, facendo finta di leggerli, non si sa il perché, forse voleva essere grande come lui o forse a quell’età, inconsciamente, i libri l’affascinavano già; vedo poi, ancora, quella bimba che dal nulla inizia a leggere da sola, senza che nessuno gli avesse spiegato come fare, come mettere insieme le lettere e le parole, che impara a leggere prima ancora di imparare a scrivere, che legge senza capire il significato, ma va avanti lo stesso legge, legge e legge, prima ancora di andare alla scuola vera; vedo i suoi genitori essere fieri di questo leggere e li vedo mostrare a tutti i parenti che non credevano leggesse già, i suoi progressi, facendole leggere le etichette delle bottiglie d’acqua.
Leggere è una casa concreta, non è solo un modo per fuggire dalla realtà, ma è soprattutto un modo per farne parte integralmente, leggere è vita fatta parola.