lunedì 6 dicembre 2010

La Neve

Tra i fumi della nebbia, tra le gocce di pioggia dentro i calici, tra le foglie ancora sui marciapiedi, si stagliano delicatamente come piume che volano su fino al cielo.
Lei invece viene dal cielo per cadere delicatamente sul tuo volto, sulle mani, sui cappotti.
Non a tutti piace la neve. Per alcuni, coloro che la conoscono dalla nascita è una rottura, blocca i trasporti, ritardi, freddo, vestiti bagnati, rischio di scivolare, non oggi non posso mancare a lezione, non oggi ho una riunione importante e così via.
Per altri invece, quelli che non l'hanno vissuta, quelli che anche se non è la prima volta che la vedono si emozionano svegliandosi ed è la prima cosa che vedono, la neve. Per lei si esaltano, scrivono poesie d'amore, si innamorano, per loro la prima neve è come la primavera.
C'è chi crede sia la risoluzione dei propri problemi, pensare alla neve è come aprire gli occhi quando li hai tenuti chiusi per molto tempo o sei stato al chiuso , e venirne accecati. Vedere tutto come se fosse trasparente. Improvvisamente è tutto chiaro. Forse non saprai mai quello che vuoi, non saprai mai quello che sei, l'importante è vedere la neve.

giovedì 2 dicembre 2010

SOLO INCHIOSTRO E CARTA

PARTE PRIMA

“Perché non mi scrivi più?”

Quelle cinque parole erano lì sullo schermo del computer a fissarmi. Nuovo messaggio di posta elettronica ricevuto, non aprirlo mi dicevo, non aprirlo pensavo e invece come uno stupido, la mia stupida mano, con un gesto quasi automatico, clicca sull’icona ed eccole lì, cinque semplici parole simili a una coltellata.

Certo di per sé lette così quelle cinque parole possono non significare nulla, pensavo che forse era meglio pensare al linguaggio come mezzo non veicolare, pensavo se avessi fatto come un uomo che non sa leggere, sarei potuto stare meglio.

Avrei potuto anche pensare a quelle parole come a delle parole senza passato, senza storia. Insomma a una frase detta lì, così per caso. Tipo, ad esempio, collegata a qualcos’altro, “perché non mi scrivi più … la lista della spesa?”, no troppo banale, allora “perché non mi scrivi più … da quando sei partito? Mamma”, beh si questo è credibile, potrei pensare che a scrivere sia stata mamma o papà o la mia sorellina, può sembrare credibile; no non credo.

Ma comunque sia devo impedirmi di pensare a lei, di pensare a cosa si riferisse lei, devo riuscire a non pensare a quella gelida mattina di gennaio, dove fuori era tutto coperto di bianco e noi, invece, ce ne stavamo caldi, caldi sotto le coperte; devo riuscire a non pensare che fu quella la prima volta che le scrissi e che da quel momento in poi sarebbero state solo parole scritte quelle che scorrevano tra di noi; la lettera che le scrissi parlava chiaro, suggellava il nostro patto, non ci sarebbero mai state parole dette tra di noi, solo inchiostro e carta, solo nero su bianco. Lei lo sapeva già e accettò il patto senza batter ciglio, senza dire una parola, attirandomi a sé con un forte bacio, mentre una lacrima le rigava la guancia. Lei sapeva già com’ero, lei sapeva tutto di me nel momento stesso in cui mi vide per la prima volta, lei sapeva che non amavo parlare, che non amavo socializzare, che quando parlavo lo facevo solo per stare al centro dell’attenzione, per raccontare un aneddoto, senza mai desiderare di far ridere, anche se gli altri lo facevano, ma ero io a decidere di farlo e quando. Parlavo solo se decidevo io, non rispondevo a domande, non interloquivo, parlavo e basta.

Lei lo sapeva già, ma cercò di cavarmi un ragno dal buco, cercò di interloquire, cercò comunque di socializzare, ma non riuscì .

Eppure lei mi piaceva, non era bellissima, eppure mi affascinava, non era una gran dialogatrice neanche lei, eppure quelle poche parole che mi disse mi colpirono e mi colpirono anche le prime che mi scrisse, ma comunque non le diedi importanza, come facevo sempre, come sempre concentrato solo su me stesso.

Fu così che cercò di attirare la mia attenzione, mi scrisse una e-mail semplicissima, dopo la prima sera che parlammo veramente per la prima volta, un semplice dialogo, parlavamo di libri, ma solo perché gli amici ci avevano lasciati da soli, per rompere il silenzio. Le promisi che le avrei scritto, ma non lo feci, troppo risoluto per avere uno scambio; ma fu lei a trovarmi, fu lei a scrivermi e io a quel punto le risposi pure, le mandai qualcosa che avevo scritto, ci furono degli scambi d’opinione, le ripromisi che le avrei riscritto, ma ovviamente non lo feci e quando mi riscrisse non le risposi. Non la cercai più, non mi cercò più.

Ma comunque sia in queste e-mail non scrivevamo veramente, non erano quelle le nostre parole, non era quello il nostro modo.

Passarono due anni, affinchè tornasse il dialogo, affinchè nascesse la nostra magia. In quei due anni ci furono altri incontri, ma nessun dialogo preciso, solo cortesia; io risoluto, lei orgogliosa. Nessuna e-mail, nessun contatto, fino a quell’incontro inaspettato.

Non sapevamo che ci saremmo rivisti, era quasi impossibile, ma forse il destino amaro ci diede quell’occasione.

PARTE SECONDA

“Perché non mi scrivi più?”

Ecco,scritto. Facile, veloce, efficace. Lui capirà.

Inviare nuovo messaggio?

Aspetta.

No.

Non posso.

No.

Non lo invio.

Cancella.

Cancellare? No aspetta, devo inviarlo. Insomma, basta con questo silenzio insopportabile. Perché è sparito? Perché è fuggito? Perché sta facendo come tutti gli uomini della mia vita? Me lo aveva promesso, me lo aveva giurato, che anche se fosse scomparso un giorno, mi avrebbe dato una spiegazione. Io lo avevo pregato di farlo, lo avevo pregato di non sparire nel nulla senza una spiegazione, e lui, lui mi aveva promesso, aveva incrociato le dita sulle labbra, come facevamo da bambini, e aveva promesso. Candidamente mi aveva detto che non poteva promettermi che non sarebbe scomparso, che avrebbe potuto scappare, e io ero pronta a restare senza di lui da un momento all’altro, ma con una spiegazione, qualsiasi motivo, qualsiasi. Lo avrei accettato, pur di sfuggire alla sindrome dell’abbandono insensato.

E, invece, lo ha fatto. Certo, devo accettarlo, con la sua personalità era ovvio che non avrebbe mai dato spiegazioni, chi credevo di essere per pretenderle?

Lui non parla mai, non dice mai niente, parla solo se se lo sente, scrive solo se per lui è giusto, mai su comando, mai per volontà, mai per tirare fuori ciò che ha dentro, solo se commissionato, solo se ripagato, mai faticare per nulla, no? Fu questo che mi disse nelle prime cose che mi scrivesti. Già quando non scriveva veramente, quando non comunicava veramente. “L’ho fatto solo per cortesia”, mi spiegò qualche tempo dopo. Mi disse che non mi aveva mai scritto veramente, che la prima volta fu quella, quella gelida mattina di gennaio, quando intorno a noi era tutto bianco, quando fuori dalle nostre coperte tutto era gelido, quando i nostri corpi si riscaldavano a vicenda. Solo inchiostro e carta, nero su bianco, da quel giorno il nostro rapporto fu basato su quello. Sui nostri baci, le nostre carezze, il contatto dei nostri corpi e il nero su bianco.

Io ne ero consapevole, nessuna parola, nessuna parola detta, solo sensazioni. Ed io ne ero comunque felice, io ne ero estasiata, non era l’amore che sognavo, ma era amore, glielo leggevo negli occhi e questo mi bastava. Non mi importava che mi dicesse che mi amava tutti i giorni, mi bastava solo che mi abbracciasse, che mi stringesse.

Non mi importava del contorno, ma solo del piatto principale. Io che di lui mi ero innamorata subito, senza rendermene conto, io che mi ero innamorata di lui, quando ancora non lo avevo mai visto, io che mi innamorai di lui la prima volta che lo guardai sul serio negli occhi.

Mi bastava stargli accanto, mi bastava partecipare alla sua creazione, mi bastava credere di essere la sua musa, di essere colei che metteva in moto l’ingranaggio nella sua testa, di essere il suo sostegno e incoraggiamento.

Profondamente egoista, perché mi aspetto ancora una spiegazione.

E quelle volte che gli avevo scritto, e quelle prime volte che gli avevo parlato, la sua cortesia, quelle non contavano niente e io lo avevo lasciato perdere, io lo avevo lasciato stare, avevo abbandonato il suo pensiero.

Fino a quel giorno di due anni fa, quando non ce lo aspettavamo, quando ci incontrammo per caso, fuori dal nostro mondo, in una città diversa, senza amici in comune a portarci l’uno nell’altro. Quel giorno in cui il destino ci giocò un brutto scherzo.

PARTE TERZA

Mi chiedi perché non scrivo più.

E cosa ti aspetti che ti risponda?

Non senti che sto urlando, non senti le mie urla squarciare il cielo, infrangere i vetri, come si infrangono le promesse, come le onde che muoiono sugli scogli?

Non senti le mie grida di disperazione.

Non ti scrivo più perché ho smesso si scrivere, perché non ho più nulla da tirare fuori, perché l’unica cosa che riesco a fare adesso è gridare al vento.

Il nostro amore era solo inchiostro e carta, solo nero su bianco, ma adesso io sono solo uno squarcio su una tela, niente di più.

Non posso darti più niente amore mio, le mie parole non sono più nulla.

Dimenticami.

PARTE ULTIMA

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